
( … non solo) Note di regia
Gianfranco Giacchetta non è nuovo a simili prove di consumato drammaturgo, avendo a suo tempo e fra l’altro scritto un Marchigianando, esportato anche nelle Americhe, e una rivisitazione in vernacolo anconetano de Le baruffe chiozzotte di goldoniana memoria per il Teatro Stabile delle Marche, gestione Tommaso Paolucci.
Ecco spiegato il senso:
.- della mia profonda considerazione che ho da sempre di lui come persona ancor prima che come personaggio;
.- della mia gratitudine nei suoi confronti e nei confronti del presidente Gat-Fita Marche Federica Bernardini Cirilli, compagna di ventura della prima ora in mille battaglie (tanto per restare in tema bellico) di cultura teatrale in specie, quando mi è stato proposto di seguire l’allestimento del nuovo Don Cosciotto de la Marka.
Ho accettato con un misto di gratitudine e di curiosità. E anche con un po’ di timore, dal momento che non mi sono mai misurato con un testo drammaturgico in dialetto, pensando (credo a buon diritto) al mitico – mitizzato sottotesto che, per ogni testo ma in particolare per un testo dialettale, è fatto di gestualità, micro – mimica, ammiccamenti, comportamenti, atteggiamenti e storia, storia vera, personale e collettiva, storia di vita vissuta, che si estrinseca in un profondo rapporto tra parola e gesto come dire forma e contenuto; quando tuttavia la forma si fa sostanza, e un gesto o una parola presuppone o sottende un modo di agire, di correlarsi, in una parola di leggere la realtà.
E’ anche importante come produzione, sostenuta com’è dal citato Gat – Fita Marche. E, pensando anche alla ipotetica, auspicabile circuitazione nei canonici teatri ma anche probabilmente all’aperto, in spazi magari anticonvenzionali, è eccitante pensare a un possibile allestimento modulare.
Per quanto riguarda invece l’allestimento classico, che si giova di una scenografia importante, non colossale ma certamente impegnativa, anche perché tutta agìta, praticata dagli attori, ho pensato a una soluzione funzionale, con elementi incernierati, che disvelano e/o mascherano alla bisogna, provvedendo a ricreare almeno due, tre spazi – situazioni (paesaggio campestre aulico, locanda, interno/esterno neutro di collegamento tra le diverse scene).
Avranno importanza le luci e le musiche di commento, non di semplice supporto ma con rispettivi disegni, intersecatisi come ritengo sia inevitabile si intersechino tutti i canali espressivi di e in uno spettacolo teatrale.
Reputo infatti l’evento teatrale in sé alla stregua di un pentagramma tagliato in verticale, dove la nota di ogni rigo apporta il proprio originale tributo all’accordo complessivo.
Gli interpreti sono una dozzina, in costumi d’epoca, ovviamente rivisti e corretti in senso non didascalico ma ugualmente funzionale, con elementi scenici alcuni dei quali sono stati partoriti dalla mente insana e nottetempo vegliante del cosiddetto regista; come nel caso del bidòfono, strumento a corde assolutamente improbabile al tempo del “don” ma perfettamente attagliato alla creatività di quegli istrionici benandanti.
Grande spazio è dato giustamente alla donna, ancora e sempre angelo e demone, santa e peccatrice o per meglio dire istigatrice ed essenza del peccato essa stessa; ma di un peccato nel quale è leopardianamente dolce annegare, oggi come ieri.
Dulcisdea, dea dolce e di grazia prezioso scrigno, di tenerezza e di virtù dispensatrice come di intrigante sensualità, è lo spicchio luminoso di un mondo femminile reinterpretato dall’Autore attraverso la straripante giovialità della padrona di casa, manutengola senza scrupoli di un’avvenenza rozza ma prepotente, esercitata nel tempo e in tempi in cui la grazia andava di pari passo con l’audacia, e la donna aveva, ahimé !, diritto di sopravvivenza solo se nobile o cortigiana (un po’ come oggi, forse ?).
E poi la compagnia di altre due stralunate compagne di cordata, efficacemente rappresentate da una donna e da un uomo, ad accentuare lo sberleffo, la presa in giro bonaria degli avventori dell’epoca – pubblico di oggi, senza nulla concedere al glamour né allo scontato, ma per puro divertissement e semmai con qualche vago accenno al travestimento a teatro; e ancora di più al fatto che per tanto tempo i ruoli femminili vennero interpretati da uomini, sempre per parlare della troppo tardiva emancipazione femminile anche in quel tremebondo settore del vivere il quotidiano sulla finzione di un tavolato scenico, frequentemente di infimo ordine.
Scianco e Panza, scudieri alla Brancaleone ma senza imitazione veruna, così come l’oste, l’altro cavaliere errante e gabbato, il poetastro antesignano del giullare o del menestrello di tante iconografia e cinematografia di genere, abitano il testo e dopo il tavolato di un palcoscenico che vorrebbe aprirsi ai tipi della commedia dell’arte senza essere commedia dell’arte, che più verosimilmente ospiterà per due tempi di un’ora ciascuno la vicenda umana di un eroe dell’epica medioevale alle prese con la variegata umanità del tempo, rappresentata da caratteri e parlate.
Oltre all’anconetano, che fa da basso continuo alla parodia goliardica del volgare del due/trecento, fiorirà qualche accenno nemmeno tanto velato per esempio al fermano, all’ascolano, chissà!, forse al maceratese, ma potrebbe essere anche al pesarese. Così da avere un costume d’Arlecchino che ci cala (o dovrebbe calarci) in una sorta di multietnicità linguistica d’antan.
Tutto il testo è permeato da uno strisciante e avvolgente sentimento di sensualità, ma senza mai scadere nella macchietta o nell’ineleganza; ed è questo il sentire mio primo che desidero traspaia dalla messa in scena.
Ricercando semmai allegorie, finzioni, ammiccamenti e gestualità: irriverente, e come tale irrisoria; sconcertante magari, ma mai sboccata e gratuita, solamente per tirare la risata. Non serve, non è richiesta, e comunque non mi riguarda. Non vado certamente alla ricerca di avventure censorie. Come il grande burattinaio e premio Nobel 1997 ci insegna la satira colpisce quando è seria critica sociale, e tanto più è autentica e feroce tanto più è contrastata dal potere, da qualsivoglia genere di potere, che non può ammettere di essere messo alla berlina, o lo consente fino a quando decide di tagliare la testa all’anòmico fool elisabettiano.
Ma neppure questa è l’ambizione che anima un’operazione che riveste, come sempre in prima istanza per il teatro amatoriale innervato di professionalità, fine di aggregazione, arricchimento umano e artistico, messaggio culturale.
Perché la cultura sia non sterile diatriba fra dotti in eburnee sedi extraterrestri, ma per quanto possibile leggero ancorché profondo scambio di idee, di opinioni, di punti di vista, di conoscenze: da questo nasce il senso critico, la possibilità di scegliere; in definitiva, la vita stessa. Che è critica, nel bene e nel male, e coraggiosa scelta di ogni giorno, ad ogni pié sospinto.
Paolo Pirani
Luglio 2009