RASSEGNA STAMPA

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E’ un testo teatrale, o per meglio dire “una cosa teatrale” come la definisce l’autore stesso, grande sceneggiatore del cinema italiano e internazionale, scrittore e poeta, artista a tutto tondo, che risponde al nome di Tonino Guerra.

Il titolo è “A Pechino fa la neve”, come dire l’impossibile che si fa possibile, la realtà che trasfonde nell’onirico, le prime giovanili illusioni e la disillusione dell’età matura. Ma davvero farà la neve a Pechino, davvero quella cosa sarà successa in un lontano giorno della nostra infanzia, o è l’immagine di un palla di vetro con dentro quei grani bianchi in sospensione ad essersi impadronita dei nostri sensi ?.

Il testo di Tonino Guerra è sì teatrale ma conserva un taglio senz’altro cinematografico, evidente, incoercibile, forse non rappresentabile con i canoni del teatro tradizionale. Pure, si tratta di un lungo monologo, quasi un monologo interiore, del cosiddetto “protagonista”: un viaggiatore che invecchia nel breve volgere della rappresentazione, giovane nella prima parte dello spettacolo, anziano nella seconda, dopo “ … trent’anni di viaggio … “, la cui interpretazione è volutamente affidata a due diversi attori. Però invecchia solo il protagonista, non gli altri personaggi, icone, presenze discrete, quasi fantasmatiche, sognate, evocate o ricordate dal narratore. Immagine di un eterno viaggiatore, come senza fine è il viaggio di colui (o colei) che nasce alla vita per percorrerne, in armonia o meno con sé, con gli altri, con la vita stessa, un tratto di durata variabile; che affronta e rincorre in maniera problematica, non rassegnata ma un po’ malinconica e fatalista, i temi cardine della vita, le grandi come le piccole emozioni di ogni giorno, ma soprattutto l’amore per la donna, per una ragazza come dolce ossessione che torna sotto sembianze cangianti,  nel corso del tempo. Un amore forse più ideale che reale, che ancora una volta può perdere e salvare, che suscita turbamento ma assicura la continuazione della specie, la vita, la speranza. Favola misteriosa e bella del sempiterno ricominciamento.

Lungo quel viaggio il protagonista incontra persona e s’imbatte in situazione diverse; lungo quel viaggio, esteriore ed interiore al tempo stesso, il protagonista ricorda e riconosce persone e ambienti, rivive e fa rivivere emozioni e sentimenti. Ma, soprattutto, “A Pechino fa la neve” è una sorta di viaggio nella memoria, memoria personale e memoria collettiva, da parte di un grande artista del nostro tempo, che il tempo ci consegna oggi nella sua complessa e multiforme capacità creativa.

Nel suo viaggio, fuori e dentro di sé, Tonino Guerra, attraverso gli occhi e l’azione ora di un bambino, ora di una o addirittura tre donne, ora di un personaggio di quel popolo russo che egli ama come parte fondamentale della sua persona e della sua storia, attraverso quegli occhi e quei gesti (compiuti quasi come un rito) parla e ricorda. Ed è bello pensare che il suo ricordo, il suo parlare è quello di un uomo e anche quello del mondo, della storia del mondo, dell’uomo che si arrampica in cima alla sua testa come il primo uomo si arrampicò su una pietra per scoprire un orizzonte più vasto.

Perché il ricordo e il parlare di un “maestro” sono un po’ il paradigma di un parlare e di un ricordo universali, eterni, perché eternati dalla vivida luce della poesia.

In quel suo viaggio, anche in treno (come  visivamente suggerirà la seconda parte dello spettacolo), il protagonista rivivrà schegge di una saga familiare con la partenza per il fronte di un giovane militare nella prima guerra mondiale, la morte del nonno, la favola antica ascoltata col viso di bambino affossato nelle gonne delle tre vecchie zie.

In quel viaggio i ricordi si mescoleranno alla realtà, ricordi di visi e gesti e paesaggi conosciuti, immagini di venditori ambulanti, di negozi e quartieri di città odierne, di una giovane donna che sembra consumare sul protagonista una piacevole ancorché impossibile scommessa: quella dell’amore che non conosce età, suscitatore di emozioni forti, di apprensioni e nostalgie, ma anche di una solitaria, approfondita, rassegnata introspezione lungo il viale che porta inesorabilmente al recidersi del fiore, al progressivo inaridimento, forse più e prima fisico che intellettuale.

Ma il nostro protagonista, dopo tanto viaggiare (a causa fors’anche del suo mestiere di giornalista e scrittore), è ancora pieno di energia, vivono in lui il sentire di popoli interi, di epoche trascorse, come pure la pienezza di un’esperienza estesa a coprire tutte e cinque i sensi in forma assoluta, appagante ma non mai abbastanza.

Su tutto campeggiano  il volto e la realtà fisica di una misteriosa ragazza, con e senza maschera, come riporta il testo in nota. Con quella ragazza il protagonista imbastisce una storia fatta di sguardi, parole, ammiccamenti, ricordi, sfioramenti, forse una vera e propria storia d’amore o forse una sorta di avventura sentimentale vissuta come una pedagogia del sentimento, come la storia antica e sempre attuale del rapporto fisico e intellettuale tra uomo e donna, sotto la bandiera sempre issata dell’amore, trionfante anche attraverso una piccola, all’apparenza insignificante storia d’amore, ma come il piccolo rigagnolo che confluisce nel vasto letto del fiume.

Il viso della ragazza come il volto della luna, la figura di quella ragazza intravista tra la gente in una stazione, il corpo della ragazza accanto a quello del protagonista sulla panchina di una spiaggia al tramonto.

E nel tramonto si profila l’ultima considerazione del protagonista sul senso dell’attesa, con le immagini e le parole dello stesso Tonino Guerra.

Ricomponendosi la “posa” dell’inizio dello spettacolo, come un ritratto fotografico dei primi del novecento.

L’allestimento

Lo spettacolo propone scene tradizionalmente costruite e immagini proiettate, a significare il profondo legame tra teatro e cinema, come traspare fortemente da un testo – sceneggiatura.

Si è inteso consegnare alla meditazione dello spettatore la rappresentazione di un viaggio che solca le rotte del sentimento e che, come tale, potrebbe non avere mai inizio e mai fine. Una ciclicità resa dalla reiterazione di gesti e parole, ma anche di effetti (la pioggia, il treno), dal raccordo sonoro che rimanda all’E.I.A.R. dei primordi e allo “spleen” di autori contemporanei.

La scena è allestita a rendere l’idea di un appartamento vuoto e disabitato da tanto tempo, nel quale il protagonista approda in una sosta del suo viaggio, entrandovi dopo molti anni. Da lì riparte il suo viaggio reale e onirico insieme, contro un telo chiaro di fondo scena su cui proiettare immagini fisse e in movimento nel corso dello spettacolo.

Teatro e immagine cinematografica: elementi paralleli, intersecati come non mai. Siamo in teatro, certo, ma la rappresentazione sconfina nell’immagine proiettata e da quella ritorna connotata di senso nuovo, ampliata, arricchita.

E così il treno fila veloce nella notte come il ricordo cavalca le praterie dell’esistenza, in questo caso di un’esistenza spesa nel rendere meno penosa e sterile la vita di tante persone, a cui il poeta consegna con gioia e dolore insieme parte di sé, brandelli della sua immaginazione, fruscii di speranza, più sussurri che grida.