RASSEGNA STAMPA

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Una "Salomè" a tre personaggi: lei, Giovanni Battista, Erode.
Con le suggestioni di immagini, suoni, colori, aromi lontani, forse evocati, magari solamente sfiorati. Per pudore, con amorevole adesione alla storia o al ricordo di un popolo come mille popoli, di una terra sfruttata come mille terre sfruttate, di personaggi grandi come pochi altri.
Follia teatrale? Chissà! Follia, o sarebbe meglio dire "uno stato emozionale, costantemente sovraeccitato, nel quale, comunque, si dibattono regolarmente anime perdute di una quotidianità fatta di uranio impoverito.
Uno spazio scenico ripartito tra quei personaggi (e tra quelli di cui si dirà fra poco), ritualizzato dalla "nevrotica" ninfa" orientale, dall'incatenato profeta, dal contrastato sovrano.
Una scena trasudante una persistente ancorché aristocratica sensualità, sostenuta dal gesto, dalla stesso impianto scenografico, dal suono.
E poi, e dunque, la corporeità: elemento importante, quasi straripante, non tuttavia esibito quanto piuttosto integrato nell'idea dello spettacolo, a costituire la fitta e ossessiva trama dalla quale emergono, quasi sempre per contrappunto, le azioni - non azioni degli interpreti principali.
Sei corpi che sezionano, collegano, disegnano lo spazio; come surrogati della mobilità volutamente sottratta in specie a Giovanni. Ordigni del male, starei per "Fiori del male" (se la citazione non suonasse scontata); movimenti innescati da Salomè. A lei sola rispondono: quando provocano il profeta, quando inseguono Erode per ucciderlo, quando interpretano "scene di ordinaria lussuria" a corte (come in tutte le corti di ogni tempo sotto ogni latitudine); senza concessioni all'inutile voyeurismo.
Giovanni è relegato nella gabbia della "parola rivelata" e contraddetta; Salomè nel dualismo irrisolto di principessa e donna destinata alla solitudine e forse la pazzia; Erode nella verbosità di una sconcia supponenza colonialista.
Che cos'è, dunque, o cosa vorrebbe essere, questo spettacolo?: la carezza gentile al viso di una donna; il bacio fiorito sulle labbra di una donna; l'amore tremante e appassionato insieme per una donna. Sì, tutto questo, ma anche tanto di più, come sempre, nell'inespresso, nell'eterno gioco dei rimando e in quello che si sarebbe voluto dire e non si è riusciti a dire, a comunicare, o che è stato capito giustamente in altro modo. Questa è tuttavia la fascinazione del teatro, un tempo perduto e insieme ritrovato; una consolazione, una perdizione; un'illusione, forse, il sogno di un'ombra.
Nel dettaglio:
Salomè
È danza, gesto, canto. Grazia e trasgressione insieme. Femminilità intrigante, avvolgente, che cattura e destina a perdizione. Fuoco e ghiaccio nello stesso tempo, donna che affascina e uccide perché lei, la donna Salomè è l'essere superiore che non può rinunciare a nulla. Tutto le appartiene, a incominciare dall'uomo. Sensuale, violenta, passionale, raggelante, amante e mantide dalla potenza infinita perché potente è il suo "chakra della radice", centro del mondo. Lei conquisterà il potere assoluto, sull'uomo, raggiungendo l'apice della costruzione scenica prima di lei appannaggio dell'uomo Erode. Farà uccidere dai suoi "mimo - serpentoni" prima Giovanni, che non è riuscita a conquistare, poi Erode, dal quale non si è lasciata conquistare.
Giovanni
Una specie di rivoluzionario "ante - litteram". Forse, apostolo della non violenza, osteggiato dal potere che lo incatena credendolo pazzo ma più verosimilmente pericoloso per l'equilibrio dell' "establishment". Ha un pensiero ricorrente: crede di essere un profeta, l'eletto, un santo.
Parrebbe un invasato, preda di una lucida follia, come avesse travalicato il punto di non ritorno.
Rifugge le donne. Non ha amici o li ha perduti per quella sua mania di annunciare il messia.
Soprattutto è un uomo, coi dubbi, le sofferenze, i sogni, i ricordi. Da lui si può essere attratti e respinti in egual misura, lo si può amare e odiare senza limite. Rimuovendo la sua parte femminea, rinunciando alla donna come persona, pur sognandola, evocandola come angelo - demonio a lui estraneo, tentazione che allontana con forza d'animo ma strazio infinito. Perché alla donna, come essere umano, vorrebbe invece potersi abbandonare.
Erode
Il potere nella forma dominante, maschilista. E, come sempre, con diritto di vita e di morte su tutti, di possesso nei confronti di persone e cose, includendo in quest'ultime la donna, considerata al massimo come elemento decorativo, di confronto magari nei momenti difficili nella quotidiana esistenza, da poter esibire con ostentazione come trofeo di caccia, da poter concupire per aggiungere al serraglio del proprio personalissimo "harem". Erode quale personificazione del potere militare, emblema di decadenza morale e spirituale di ogni impero, di ogni potenza cieca dominatrice di razze e religioni differenti sulle quali ha imposto l'omologazione della propria indiscussa supremazia. Capriccioso, malsicuro, spietato, accomodante e codardo per paura della vendetta, umana o divina che possa essere, pur essendo un re, un capo. Non ammettendo la presenza e l'intervento vindice di dei diversi e più potenti dei suoi, che quasi gli appartengono nel suo delirio di onnipotenza.