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In fondo … alla storia
Dalla fine.“L’ufficio del capitano. Il capitano entra. Corre a versarsi un bicchiere di whiskey. S’accorge che c’è qualcosa che non va … Vanni … tasta con le mani la stoffa dei pantaloni … del vestito di Stephen. Il Capitano estrae la pistola … La punta contro Vanni che alza le mani per arrendersi …” (dall’ultima scena).
E poi ?. Com’è finita la storia ?, del capitano Foster, di Vanni Vanucci , del sarto italiano Mursi ?.
A questo finale aperto, o che tale immagino, potrebbero seguire altre scene, altri accadimenti. Per differire la conclusione della messa in scena, per non concluderla mai, o per concluderla in mille modi differenti. Del resto, non è questa una delle leggi del teatro: quella di un eterno ritorno: di storie, di personaggi, di sentimenti ?.
Sarà salito anche il capitano sulla nave che nella realtà fu affondata, trascinando per sempre in fondo al mare il suo dolente carico umano ?.
E Vanni, baldanzoso giovane in camicia nera, re del turpiloquio, avrà patito anch’egli l’identico destino del sarto o sarà rientrato in Italia al fianco del suo conducator ?.
Tra le infinite suggestioni/provocazioni dell’ottimo testo ne ho scelta una, pensando di sostituire un personaggio, o meglio di farlo rivivere per bocca di una donna, avvezza a manovrare ago e filo ma non necessariamente una sarta, probabilmente l’unica sopravvissuta all’affondamento della Arandora Star. Colei che conobbe il sarto e che ora ne parla al mondo come si parla di un emblema, della storia stessa; per rendere testimonianza.
Come a dire che il sarto, al di là di sterili ideologie e mitizzazioni, rappresenta un ideale, un insieme di sentimenti che superano il contingente per consegnarsi all’immortalità.
Il sarto viene riferito da una voce e da un’azione, attraverso il lavoro dell’attore che mai come in questo caso è chiamato a entrare nel personaggio per restituirne la parte più intima, spirituale, quella immateriale; quasi che il corpo diventasse una diafana presenza.
Immane, secolare confronto tra il bene e male, l’incontro – scontro a tre, tra il sarto, il capitano e Vanni sembra una partita a scacchi in bianco e nero.
Verrebbe da chiedersi chi sia, se c’è, il manovratore, più o meno occulto, che in questo come in casi similari, determini (seppure) i destini dei singoli e del mondo.
In fondo, ciò che ci resta è semplicemente la speranza di una fine giusta, del trionfo del bene sul male, anche dopo il reiterato tributo di sangue che la storia talvolta nasconde o sottace.
Speranza esile ma convinta, affidata ancora una volta a una donna: apparentemente dimessa, straziata forse ma non vinta, arsa anzi da coraggio e passione.
Un po’ come per l’Italiana dell’altro Processo a Mussolini di Michael Foot, come il ritorno di un’eco lontana o il rinforzo di un concetto diversamente espresso ma sempre molto chiaro e potente.
Come la luce purissima di un impegno quotidiano che, misconosciuto ma tenace, squarcia prima o poi il buio appiccicoso della ragione ottenebrata.
Paolo Pirani - Jesi, settembre 2010
Il riferimento storico
Nel giugno del 1940, a seguito della dichiarazione di guerra di Mussolini al Regno Unito circa 4.500 italiani residenti in varie parti della Gran Bretagna furono internati come “nemici stranieri".
Centinaia di questi internati italiani morirono quando la nave Arandora Star, che li trasportava verso il Canada, venne affondata da un sottomarino tedesco il 2 luglio 1940. E' una tragedia che rimane a tutt'oggi quasi sconosciuta in Italia.
Questo dramma si ispira ad un personaggio vero, il Segretario Onorario della Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo, Decio Arzani, che fu tra le vittime. Il suo vero nome non viene usato perché il suo incontro con il capitano inglese è frutto di invenzione.
L’Autore Alfio Bernabei
Giornalista e autore residente a Londra, Alfio Bernabei è laureato in Italian and politics all'Università di Reading, Berkshire. Ha lavorato per 1a Bbc e Channel4, dirigendo fra l'altro il documentario Dangerous Characters su fascismo e antifascismo tra gli italiani in Inghilterra (premio “migliore ricerca” al Festival dei Popoli di Firenze, 1987). I suoi articoli sono apparsi su varie testate italiane e inglesi tra cui L'Espresso, Panorama, History Today, Searchlight ed è stato per molti anni corrispondente da Londra per L'Unità. Ha trattato la questione dell'internamento degli italiani in Inghilterra e la tragedia dell'Arandora Star nel suo libro Esuli ed emigranti italiani nel Regno unito 1920-1940 (Mursia, Milano, 1997).
In teatro Bernabei esordì con Gli Incontri (premio Riccione Opera Prima) prima di cimentarsi con testi in lingua inglese tra i quali The Jump (Unity Theatre, Londra), The Bite (Festival di Edimburgo), Gast (lnstitute of Contemporary Art, Londra, e tournée europea), Grunwicks (Theatro Technis, Londra), In Memory Now (Festival di Edimburgo) e Periphery in Mind (Barbican, Londra, Royal Shakespeare Company).
Tra il 1975 e il 1981 Bernabei è stato il direttore della compagnia Bite Thearre Group di Londra. Con altro titolo, il testo qui pubblicato è stato tra i tre finalisti del Premio Diego Fabbri 2007.
“Dal 1940 all’eternità”
(dall’introduzione di Luigi Squarzina)
La professione giornalistica che può fare dei suoi adepti dei tuttologi dalla tastiera fin troppo scorrevole e veloce non sembra avere pesato né sulla struttura né sulla scrittura del dramma di Alfio Bernabei, a lungo corrispondente da Londra di un nostro quotidiano, L'Unità.
La vicenda, quasi del tutto reinventata (non del tutto, ahinoi, come avverte la didascalia posta in epigrafe) si fonda sulla realtà di un paradosso storico e politico.
…
E poiché non si dà dramma moderno senza paradosso, Bernabei scopre le sue carte via via e mostra come qualunque passato non possa non incidere sui presente fino a modificarne la percezione dapprima nelle manifestazioni esteriori e poi nella intimità segreta e inconfessabile.
Schivando l'ormai abusato tema della sindrome di Stoccolma fra vittima e carnefice, i due protagonisti/antagonisti si manifestano ben presto molto diversi da quelli che erario apparsi al levar del sipario in medias res – un antifascista, emigrato a Londra da giovane per sfuggire alla polizia e arrivato, dopo aver impiantato una famosa sartoria, a vestire membri dell'establishment e burocrati ministeriali, ufficiale britannico ligio ai suoi doveri di custode – e si scambiano continuamente i ruoli, il potere diven-ta sottomissione e viceversa, f inquisito si fa inquisitore, svolte e tourniquets da capogiro che ci mettono di fronte alla complessità della natura umana: il che è stato ed è, da Eschilo a Beckett, dal mitico al naturalistico, dall'epico all'assurdo, quello che Amleto ha definito "lo scopo del teatro”.
…
Intuizioni come la mente della storia con gli sviluppi che ne derivano, fino a quanto ci è noto dell'ecatombe nell’Atlantico – una vicenda che una volta conosciuta è davvero difficile dimenticare – assicurano ai tre brevi atti con due personaggi, più l'abbozzo di un fanatico, un vestito, un manichino e una canzone spagnola, un posto di rilievo nello scaffale poco affollato dei buoni copioni contemporanei.
Luigi Squarzina - febbraio 2008