RASSEGNA STAMPA

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Abbiamo voluto raccontare la grandezza e l’umanità di un uomo normale: ”…perché umano lo era davvero, come pochi sanno esserlo, con quella sua miscela di cattolicesimo e comunismo”, dirà un amico e collaboratore, ricordandolo all’indomani della morte.

E di racconto si tratta, una narrazione a più voci che, di volta in volta, prende la forma del dialogo o del monologo, a partire dall’uomo per finire all’uomo, con l’aiuto dei suoi scritti.

Un viaggio attorno all’uomo, lasciando la parte rigorosamente scientifica ai simposi e la parte strettamente personale alla famiglia.

Era tuttavia impossibile non toccare le corde del sentimento: si costrinse a non abbracciare i figli per l’ultima volta  evitando loro il contagio; ricambiato, strinse forte la mano alla moglie e compagna d’avventura, quando oramai parlava a malapena con gli occhi.

Ma non è solo questo che deve emergere come momento celebrativo dell’uomo e medico Carlo Urbani: generoso e ostinato, sognatore e pragmatico cittadino del villaggio globale di oggi.

E’ invece l’aspetto umano che vorremmo emergesse, l’eterno contrasto di chi desidera partire per un impegno morale che avverte forte come una missione, sostenendo  il peso di quello che deve lasciare; di chi non si rassegna a lottare contro l’indifferenza del mondo per le sofferenze degli umili, gli ultimi, gli esclusi.

Carlo Urbani e quanti attorno a lui ruotano sulla scena diventano personaggi di un evento teatrale a tutto tondo.

La vita trasfonde nella sua rappresentazione scenica.

La persona diventa personaggio affidandosi alle leggi proprie della messa in scena.

Lei (Giuliana) sarà l’elemento femminile che contrasta, asseconda e comunque traina il personaggio Carlo nella sua scommessa. Nel monologo metterà a nudo la sua anima: anima di donna che cerca di condividere come può la passione del proprio uomo, anima dell’universo femminile ancora una volta a confronto con quello maschile.

L’Altro è una sorta di alterego,  come Carlo e il suo doppio di fronte a scelte, professionali e umane, che devono essere compiute. Per vivere, perché la scelta è vita, mentre la non scelta è morte. Ma la scelta è anche esclusione, e dunque dolore per ciò che inevitabilmente si perde.

Gli altri tre protagonisti appaiono ora in veste di medici M.S.F., colleghi con i quali Carlo ha condiviso impegno e denuncia sociale, ora in veste di amici o persone incontrate in Estremo Oriente. Sono immagini evocate dalla narrazione, che sostengono con il loro individuale, stretto fraseggio la trama dello spettacolo, corroborato da un allestimento allusivo, con la sottolineatura delle musiche.

E, come nei precedenti  spettacoli “Salomè” da O. Wilde e C. Baudelaire e “A Pechino fa la neve” di T. Guerra, voci, musiche ed effetti unitamente a luci e gesto convergono in un “unicum” comunicativo.

Siamo grati all’associazione A.I.C.U. e alla famiglia Urbani per averci consentito di conoscere Carlo e di poterne parlarne secondo una nostra ottica, che può non essere condivisa ma che è e resta nostra. Che ci ha permesso di esprimere ammirazione per un uomo, eroe come chi ogni giorno e in ogni parte del mondo vive la propria vita con coraggio e determinazione; martire come chi fa della propria professione un ideale e uno stile di vita, non ignorando i rischi che una scelta di campo così radicale può comportare. Un rischio che Carlo ha coscientemente corso e che l’ha travolto con la forza di un uragano e l’abbandono di una carezza al tempo stesso.

Ma da quel fiore di loto, calpestato dal sandalo inconsapevole di un maligno viandante (la Sars che scoprì, ne morì ma sconfisse), si è levata la voce forte e sempiterna di un insegnamento, di un ideale: la voce di Carlo Urbani.

 

Paolo Pirani

Jesi, 19 aprile 2004

 


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